PeerGynTrip è una favola onirica dall’andamento picaresco, quasi collodiano, tratta dall’opera più immaginifica di Ibsen.
Scritto durante un viaggio in Italia, nel 1867, Peer Gynt è un fantasy teatrale, con improvvisi mutamenti, dove tempi, spazi e luoghi si sovrappongono in un gioco temporale indefinito.
Con
Musicista in scena
Tratto da: Henrik Ibsen
Adattamento e regia: Stefano Sabelli
Con
Musicista in scena
Scene: Francesco Fassone
Costumi: Martina Eschini
Allestimenti: Michelangelo Tomaro
Disegno luci: Daniele Passeri
Tecnico luci: Giuseppe Follacchio
PeerGynTrip è una favola onirica dall’andamento picaresco, quasi collodiano, tratta dall’opera più immaginifica di Ibsen.
Scritto durante un viaggio in Italia, nel 1867, stesso anno in cui fu pubblicato Il Capitale di Karl Marx, filosofo che più d’ogni altro può aver forse influenzato l’Ibsen autore attento alle contraddizioni e ai mutamenti sociali e di costume della borghesia ottocentesca, Peer Gynt è un fantasy teatrale, con improvvisi mutamenti, dove tempi, spazi e luoghi si sovrappongono in un gioco temporale indefinito. Ma anche una ricognizione della natura umana con i contorni di un’avventura faustiana. La storia del simpatico perdigiorno, cacciatore di renne che trascorre l’esistenza edonisticamente, tra piaceri materiali e fantasie oniriche, rappresenta il cammino della vita, della ricerca del sé, nel contatto con un mondo dove fantasia e realtà finiscono per confondersi.
Peer Gynt, simpatica canaglia, bugiardo come Pinocchio e riluttante a crescere come Peter Pan – personaggi di cui è in qualche modo antesignano – attraversa così, in modo fluttuante, spaccone e ribelle, tutti gli stati dell’esistenza e gli stadi della conoscenza, passando da una frottola all’altra, come da un’avventura all’altra. Un eroe preromantico che interpreta tutte le sfide dell’uomo ottocentesco, alle prese con la rivoluzione industriale e la modernità. Che snocciola la sua vita come uno schioccare di dita, mentre arti e sapienze acquisite sono, infine, sfogliate come gli strati di una cipolla, alla ricerca di un cuore che (come l’Isola) non c’è!
Un’opera mista, in versi e prosa – caratteristica che ne evidenzia il clima favolistico e che l’adattamento di Stefano Sabelli ha voluto ancor più enfatizzare – distante e diversa dalla produzione più naturalista del padre della drammaturgia moderna. Raramente rappresentati tutti insieme, i 5 atti dell’originale danno così vita, in questa riscrittura, a suggestioni visive e a contaminazioni simili a quelle che, da Roma a Ischia, dovettero ispirare lo stesso Ibsen nella creazione della sua opera più anarchica e fantastica.
Completano la Babele di linguaggi che caratterizza la nuova produzione del Teatro del Loto, i nuovi arrangiamenti della partitura originale che, su invito dello stesso Ibsen, Eduard Grieg compose per l’iconico testo del padre del Teatro moderno. Temi popolari come Mattino o Anitra Dance vengono eseguiti live, insieme a brani e canzoni più contemporanee, con uso di vibrafono, zampogna, e campionature.
Uno spettacolo che riunisce culture popolari, scandinave e mediterranee, musiche, dialetti e caleidoscopici movimenti di scena, in un Trip teatrale, psichedelico e molto pop. Un enorme telo, con tiri azionati a vista dagli stessi attori, trasforma di continuo la scena e l’azione, ricreando fiordi e monti norvegesi, piramidi d’Egitto e deserti sahariani, mari in tempesta e foreste fitte di felci e vegetazioni, che ingabbiano, come in una Suburra romana, colonne e statue barocche.
Un carillon di vorticosi trasformismi, di sogni e visioni che, al di là del gender, impegna 6 interpreti in tutti i 36 ruoli dell’originale e che accentua la dimensione onirica di un’opera d’irresistibile fantasia dove, Peer Gynt, giovane cacciatore di renne e contafrottole, è per la prima volta interpretato da una donna
Sono anni che inseguo questo testo e lui insegue me. Da quando, da ragazzo, ho cominciato a far teatro in Accademia. Cresciuto fra i monti del Matese, mi ha sempre affascinato l’idea di questa folle corsa in slitta, su ali di pura fantasia. E la slitta di Peer Gynt mi è scivolata accanto in tutti questi anni, finche non ho deciso di saltarci su ed e stato bello ritrovarsi in questa emozionante e spericolata discesa a rotta di collo.
Una favola nordica, creata da Ibsen, durante un suo viaggio mediterraneo, fra Roma, Ischia e Sorrento, contagiata dal mal d’Africa e che insegue lo spleen di renne, fiordi e nevi scandinave. Un lavoro per cui Grieg ha scritto musiche sublimi e pop, che noi reinterpretiamo con percussioni e strumenti della nostra tradizione, come zampogne e ciaramelle.
Non so se fra le nevi del Matese è possibile immaginare troll e spiriti della foresta nordica, ibridati da una Suburra romana con angeli barocchi e colonne imperiali, ma Peer Gynt è già di suo un Trip teatrale unico, da affrontare. Perché́ questo racconto, è il racconto di una vita lunga un giorno, lungo come una vita. Lo sbucciare della cipolla ci appartiene nel quotidiano, pur non se non ci facciamo caso. È la ricerca del cuore di un nostro “se” che sfogli, cerchi e non trovi mai, ma che lascia intatta la brama di trovarlo.
Magari, solo per ricominciare a sognare e a sfogliare nuove vite e nuove età.
La Compagnia del Loto mette in scena un testo di Henrik Ibsen senza dubbio affascinante ma molto complesso: Peer Gynt. Non è mai stato semplice metterlo in scena: cinque atti che raccontano quasi l’intera vita dell’omonimo protagonista, denso di situazioni, personaggi, eventi immaginifici. Onirico, ricco di riferimenti alle tradizioni popolari scandinave, Peer Gynt è prima di tutto un percorso di formazione di questo balordo giovane che scappa di continuo da ogni convenzione sociale.

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